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Egan Bernal, dal San Gottardo a Parigi.

L'impresa epica di Egan Bernal.

Il Tour de Suisse è una corsa storica che è sempre stata l’ultimo banco di prova per i pretendenti al trono di Parigi del Tour de France. Anche quest’anno si è rivelato uno dei più grandi veggenti, quando ancora tutti erano all’oscuro di quello che sarebbe successo nelle tre settimane di luglio più sconcertanti degli ultimi decenni.

In fondo, checché se ne dica, vincere una Grande Boucle ti eleva, ti apre le porte all’olimpo dei grandi. Un olimpo che Egan Bernal, trionfatore sul San Gottardo in una giornata dalle sembianze pressoché invernali, forse non si aspettava. O forse non così presto. Ma lui, protagonista di un ribaltone clamoroso – complice la devastante mano della natura – di sicuro ha compiuto la sua scalata al successo come quei commercianti che attraversavano la montagna percorrendo l’antica mulattiera. Arrivato dalla Colombia, parlando un po’ inglese e un po’ italiano, con la sola certezza di essere discretamente bravo a scalare le montagne, è cresciuto con la convinzione di poter raggiungere gli obiettivi offrendo in cambio grandi sacrifici. Un po’ quello che un ciclista deve avere per essere chiamato campione.

San Gottardo

Il San Gottardo non è certo una montagna gloriosa, anzi ha quel carattere aspro e schivo che non potrà mai essere paragonato alla celebrità solenne dello Stelvio o alla bellezza drammatica dell’Izoard. Ma è questa l’indole che è servita a Bernal – già in maglia di leader del Tour de Suisse - per scattare a tre chilometri dalla vetta, sui tornanti della Tremola, e andare a prendersi una vittoria in solitaria con ventitrè secondi su Domenico Pozzovivo e Rohan Dennis. 
Forse ancora nessuno credeva che un giaguaro di ventidue anni potesse vincere il Tour de France ma la benedizione della montagna e degli elementi era – chiaramente – già con lui.

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