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Le Vélodrome de Roubaix

Forse nessuno avrebbe immaginato che un velodromo come gli altri, in un piccolo paesino della Francia del Nord al confine con il Belgio, potesse diventare un simbolo. Certo, la corsa era già iconica dalla sua nascita, da quando persino gli organizzatori erano indecisi se chiamarla gara o inferno. Ma quell'anello di asfalto ha cambiato il suo ruvido volto per sempre. Ha dato un senso a un viaggio infinito e tremendo, è stato subito il paradiso dopo le pietre, dopo il fango, dopo la polvere. E' diventato l'abbraccio dell'arrivo, la sicurezza di un ultimo giro, di un ultimo giro senza scossoni ma con il cuore a mille. 
Sei arrivato, vuol dire.

C'è un contrasto che sembra un baratro tra quei chilometri percorsi sulle schiene diritte di pavè, tra i campi e una foresta e la luce del pomeriggio che rende accecante la pista. La corsa spezza, l'anello è simbolo di eternità. La corsa distrugge, il velodromo ricostruisce. Forse ti sembra di sentire le ossa digrignare come i denti per gli scossoni di quei tratti in mezzo alla campagna, forse il boato della folla nasconde tutto, ti fa dimenticare che hai le mani aperte nonostante i guanti, la polvere negli occhi e dappertutto. Così liscio e inverosimile quell'ultimo giro dopo i chilometri di buio, dove avresti voluto fermarti soltanto. Fermarti un minuto a vedere i mulini con le loro pale nell'azzurro e il giallo inverosimile dei fiori come un mare senza fine. Breve come un punto, quella pista, contro un così lungo romanzo dalla prosa cruda, che ti scuote dalla testa ai piedi, non lascia niente immacolato. Niente di niente.
Chissà se ci hanno pensato, quelli che hanno messo il velodromo alla fine di tutto, che era davvero l'apoteosi. Che in fin dei conti, la pista è sacra, un ciclista ci impara a vivere, a sopravvivere, a fare a meno dei freni, a sentirsi padrone della sua stessa velocità. L'arrivo dove tutto comincia. L'anello che insegue lo stesso tragitto. La campana che ti dice dell'ultimo giro. Chissà come si riesce a sentirla sopra il delirio della gente, forse perché è proprio quando hai i sensi portati al limite che riesci a far caso a tutto, nessun dettaglio ti sfugge. Un solo giro di anello dopo quei maledetti chilometri là fuori. 
C'è un confine ed è sacro, come tutto lo è diventato in questa linea che unisce Compiègne a Roubaix, c'è un confine tra l'ultimo tratto di pavè e l'entrata del velodromo, un passaggio mistico e invisibile. C'è quel prato che sembra più verde di tutti quelli visti fino ad ora. E' fatto per stenderci sopra il dolore, come panni nell'ultimo sole. Perché in fondo è questo il cuore più forte di tutti, senti male e sei vivo, i chilometri ti segnano come cicatrici. 
Il ciclismo non è un mestiere, è una vocazione.  

Un giro di anello che mette insieme tutto, che mischia la polvere alle grida, il sudore agli abbracci. 
Era solo un velodromo questo, l'hanno reso il traguardo più simbolico che esista, dove devi inseguire l'infinito per arrivare. Quello che ci viene insegnato da sempre, il segreto di ogni arrivo è non smettere di rincorrerlo.   

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