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Let it snow

Qualcuno ha detto che il ciclismo non è un gioco. Questo qui è sport, si pedala e basta. Si soffre tanto, si vince poco rispetto a tutti i chilometri che si percorrono stringendo i denti e tentando di farsi coraggio. I paragoni mi sono sempre sembrati una cosa inutile. Per amare qualcosa o qualcuno non serve che altri ci dicano quanto sia meglio di tutto il resto. Al ciclismo si vuole bene per sé stesso. Basta sentirlo scorrere in una giornata qualsiasi, le condizioni perché possa entrarti dentro per sempre ci sono ogni volta. Una frase, un suono, un grido, un silenzio. Un silenzio, soprattutto.

Della neve mi sono sempre chiesta come mai potesse imbiancare tutto in così poco tempo. Sono solo piccoli fiocchi fatti di niente, gocce d'acqua cristallizzati come piccole sculture invisibili. Così invisibili che per vederne la forma reale bisogna metterli sotto il microscopio. Altrimenti sono solo pallini bianchi, come quelli che disegnano i bambini sui fogli di carta quando viene Natale. Imbiancano tutto nel silenzio, quei cosini leggeri come un battito d'ali. Non è strano che sul Terminillo nevichi anche a marzo: è un passo di montagna e la sua vetta più alta supera i duemila. Anche qui il Resegone è imbiancato di questa stagione. E' strano che Nairo Quintana arrivi sotto i fiocchi copiosi senza guantini e che alzi le braccia al cielo come se tutto fosse stato facile. E' strano che quelle ruote lascino scie serpeggianti e scure sull'asfalto oramai bianco.
Nevica e niente è stato facile. Ha cominciato piano, quando la testa del gruppo aveva appena attaccato la salita, poi ha continuato copioso. Let it snow. Come nelle canzoni delle feste. Ma la festa di ogni arrivo qui è vestita di piumini, di sciarpe e di stivali fino al ginocchio: gente che trema e che aspetta. E forse pensa a quei ragazzi che sentono il respiro ghiacciato della montagna in faccia e devono continuare a pedalare. Si può innamorarsi del ciclismo anche dopo aver visto un arrivo così, guardandoli tutti mentre tagliano la linea del traguardo sempre più bianco, mentre i massaggiatori gli corrono incontro e li guidano ai pullman, mentre la neve scende ancora e sembra che la sera sia sempre più vicina. Stanno in equilibrio anche su quella coltre leggera fatta di piccole sculture invisibili. La bicicletta e la fatica bisogna saperle portare, bisogna essere capaci di maneggiarle, di domarle. E a volte, se vincono loro, pazienza. Anche questo insegna ad essere più forti, a fare di meglio. La resa non è segno di sconfitta, è solo un rimandare la sfida.
Arrivano come fiocchi, sparsi nella nebbiolina e nel freddo di una domenica che doveva essere dura ma forse non se l'aspettavano così. Arrivano con gli applausi forti fino alla fine anche se il freddo non fa sentire niente. Nel silenzio rigido di un finale di tappa così, grida la voglia di una doccia calda, dell'i-pod nelle orecchie e delle mani che riprendono vita dopo il gelo.
Poi tutto si mischia con le polemiche, le arrabbiature, la stanchezza. Ed è vero, questo non sarà mai spettacolo. Ma mostra il lato più duro del ciclismo, per intero, senza censure. Si sceglie la bicicletta solo per amore perché qui la fatica supera tutto. A volte, in queste giornate, questo sport sceglie qualcuno, gli fa sentire per la prima volta tutto quanto attraverso i volti arrossati e lucidi che sembrano dimagriti d'improvviso. A volte questo sport è cattivo, altre buono, altre tutte e due. Scende la neve e c'è un po' quella tenerezza di sapere che qualche cuore, in cima al Terminillo o in tv, è stato sciolto dai ragazzi che hanno avuto il coraggio di arrivare fin qui, in mezzo a questi piccoli bianchi fiocchi senza peso.

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