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L'importanza di chiamarsi Sagan

Dalle impennate e dai parcheggi perfetti della sua bicicletta sui tetti delle auto al lancio del casco dopo il traguardo mondiale passando per un matrimonio lontano dal definirsi sobrio, un look zingaresco, l'amore incondizionato '“ e ricambiato '“ dei suoi fan e l'ultima stagione passata da semidio proprio per aver confermato che la maledizione della maglia iridata su di lui non funziona per niente. Anzi forse è pure una stronzata. 
Peter Sagan è nato in Slovacchia ventisei anni fa. E di lui si sa praticamente tutto. Di sicuro è uno dei personaggi più sorprendenti del ciclismo moderno. Tanto sorprendenti che persino le etichette per definirlo risultano pressoché banali. Cresciuto nell'alveo d'oro della vecchia Liquigas, ha imparato prima l'italiano e poi l'inglese, senza dimenticare la spontaneità di quegli anni. Una dote che ancora adesso, da idolo indiscusso, continua a mischiare al talento. Ed è la sua carta vincente.
Con addosso la maglia di Campione del Mondo, quest'anno si è riconfermato maglia verde del Tour per la quinta volta. Roba che oramai si fa fatica a concepire un altro possessore che non sia lui.
Ma quello che di Sagan stupisce più di tutto è la sua capacità di lasciare ogni volta a bocca aperta con una incredibile teatralità. Ultima mossa, quella del ciclomercato. Con la chiusura della Tinkoff a fine stagione, tutti si chiedevano chi avrebbe fatto il colpo grosso, aggiudicandosi un fuoriclasse come lui. Sulla Bora c'erano già alcune voci ma, con un Nibali pronto a emigrare in Barhein trascinato dal solito dio denaro, non ci si poteva credere che Sagan potesse accettare un contratto con una Continental. Ex continental, ad essere precisi. Perché nel 2017 quel semidio slovacco correrà veramente con loro e figuriamoci se la squadra non approderà nel WT.  Tempo al tempo, ma le carte son già scoperte.
Beh, la conferma ha spaccato in due i tifosi. Qualcuno è rimasto deluso che forse già si immaginava Sagan vestito di tutto punto con la divisa di una potenza come Sky o BMC. Qualcun altro si è divertito, come al solito, e mi ci metto dentro anche io. Che il compenso sia di quattro milioni di euro non è di certo una giustificazione alla scelta: le squadre si svenerebbero pur di avere un portabandiera così. La verità è che Peter Sagan continua a fare quello che ha sempre fatto: quello che gli piace, come gli piace. D'altronde, uno che vince sempre ha bisogno sempre di nuove motivazioni per mantenere quel ritmo.
Come il fatto di andare alle Olimpiadi ma di non gareggiare nella competizione su strada. Mountain Bike, perché no? Alla fine è un ritorno alle sue origini di biker agguerrito. Forse svernicerà tutti. O forse no. L'importante è il gesto atletico, ancora prima di cominciare.

Le scelte, ecco cosa ti definiscono davvero. Vincente o non vincente non è abbastanza, non lo è mai: sei un campione per altre mille cose. E' come un drink: quando è buono significa che tutto è miscelato alla perfezione. Il talento non basta come non basta il palmares. Le scelte, ecco cosa ti eleva. Ecco cosa ti fa stare davvero sul tetto di una ammiraglia dopo un Fiandre come se fossi sul tetto del mondo. E la folla adorante giù, che ti adora perché sei un fottuto pazzo e segui prima l'istinto di tutto il resto. E perché facendolo sei diventato Sagan. Sei diventato il simbolo di una generazione.
Forse è questo che serve davvero al ciclismo, sapere che c'è ancora qualcuno che ama incondizionatamente. Che c'è ancora qualcuno che non si fa trascinare dalle briglie di contratti milionari.
Di questo ha bisogno il ciclismo, di sapere che questo è ancora uno sport e non una prostituta qualunque in mano al miglior offerente.

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