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Lo chiamavano il Leone delle Fiandre

Ecco qui, il Belgio. Ci ha già abituato al suo tempo da lupi, alle raffiche di vento, alla pioggia incessante che fa scivolare sul pavé e al suo cielo basso, grigio. Chi comanda qui sono i padroni di casa, cresciuti a pane e pietre. Anche se a volte i nostri ragazzi ci sorprendono, come è successo alla Gand. Dalla bufera di chilometri tremendi Luca Paolini è uscito vincente e si è parlato italiano dove non succedeva più da tempo.

Il Giro delle Fiandre torna come ogni anno e mette addosso qualcosa in più della semplice emozione. Tutte quelle bandiere gialle che sventolano all'aria gelida del Nord, tutta quella gente ammassata sui muri, la birra che scorre a fiumi come un vero e proprio rito di iniziazione. Ogni corsa ha un proprio culto, alcune più di altre. A questa, per noi italiani, sono legati molti ricordi. Uno su tutti  quello di Fiorenzo Magni che La Rondel'ha vinta tre volte di seguito. La prima volta nel 1949. Una giornata come queste, tempo da Nord, pioggerellina, quasi nevischio. Fiorenzo era arrivato dall'Italia sognando quella corsa come un bambino, portandosi dietro un meccanico e un giornalista. E in partenza aveva le tasche piene di tartine e il termos di thè zuccherato e bollente. Solo, contro quei muri che azzannano le gambe. Solo in mezzo a gente che parlava altre lingue e che le pietre le conosceva a memoria.
A metà della corsa Fiorenzo partì in fuga con cinque corridori. Ma sul Grammont rimase da solo, dovette affrontare quel muro tremendo senza compagni e proseguire nella fuga con le sue gambe. I muri. Ecco quello che rendono il Belgio così difficile, così selettivo. Così speciale. Niente salite da strappare il fiato, solo questi brevi tratti lastricate con quei sassi di una volta. E chissà se chi li posò per la prima volta avrebbe mai immaginato che sarebbero diventati così famosi, che su di loro si sarebbero scritte storie. Tante, non solo quelle dei vincenti. Ma anche di tutti gli altri, dei ciclisti innumerevoli passati di lì, con i loro sogni, le loro paure, la loro rabbia, il loro strano amore per questi luoghi fatti di silenzio e, per un sol giorno, di rumore. Fiorenzo si ritrovò su quel muro arcigno e forse coltivò l'illusione di arrivare in solitaria. Una grande impresa sotto la pioggia. Poi la fuga non durò e venne ripreso. Di nuovo in gruppo, sogno sfumato. Invece le gambe non si arresero e all'arrivo tagliò il traguardo con una incredibile volata di potenza. Olivier e Schotte i due battuti. Lui, il vincitore.

Così fu l'anno dopo e quello ancora. Tre volte lo stesso traguardo, anche se con storie diverse.
Non so quando cominciarono a chiamarlo Leone delle Fiandre. D'altronde è così difficile capire esattamente il momento in cui nasce un soprannome. Certo che quello di Fiorenzo Magni è stato, dall'inizio, un nome glorioso. Ce n'è uno nero di Leone delle Fiandre che sventola sulle innumerevoli bandiere. E' un simbolo, anzi no, è il simbolo. Un'immagine quasi sacra del ciclismo che ricorda tutto: i muri, la fatica, il coraggio, la tenacia, l'odore dei campi nel pomeriggio in cui passa la corsa. Tutto. In una sola volta, ad un solo sguardo.

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