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Lukas Postlberger, l'uomo del treno

Forse non se la ricordava nessuno così, la Sardegna. Aspra e selvaggia, senza Giro d'Italia da dieci anni, come un esilio. Come se lei fosse stata ad aspettarlo fedele, a tessere la sua tela di vento e di mare, pensandolo ogni giorno. 
Con tutta quella gente, con tutto quel sole, l'arrivo era persino facile da disegnare. Un nome importante, il solito pronostico, la prima tappa ad un velocista in una volata di potenza. La prima maglia rosa dell'edizione numero cento. Una cosa che sognano tutti. 
Ma il ciclismo è bravo a scombussolare i piani.

Non lo conosceva nessuno, uomo del treno tra altri uomini del treno. Austriaco, carpentiere, con il nome difficile da pronunciare. Toccava chiedere ai suoi compagni chi fosse. Generoso, hanno detto. Lukas Postlberger ha vinto la sua prima maglia rosa senza nessun piano, senza nessuno a credere che avesse potuto farcela, in quella strana azione cominciata per caso, un attimo solo e un buco incolmabile, il fiato sul  collo di tutti. Lui sconosciuto scattato in faccia al gruppo quasi senza volerlo, l'occasione della vita da prendere al volo, proprio come un treno, stavolta con scritto il suo nome. A che cosa bisogna credere in questi casi? Alle gambe, al destino o a entrambi?
Trovarsi da solo agli ultimi due chilometri forse è fortuna, pensare di potercela fare è questione di testa. 
E' che il ciclismo è strano, ti insegna a credere in te stesso in un modo quasi crudele. Ti porta alla fine, alla linea, a quando sei stanco da far schifo. E poi ribalta tutto alla fine, forse per dirti che ne è valsa la pena davvero. Che nessuna notte insonne è stata inutile e nessuna di quelle delusioni è caduta nel vuoto.
Vince chi resiste oltre la soglia. Vince chi resta, dopo ogni frustata che ti sembra l'ultima e non lo è. Si vince da outsider, spezzando i pronostici, lasciando tutti a domandarsi chi sei davvero, da dove sei arrivato.
La verità è che sei sempre stato lì, uomo del treno a prendere il vento in faccia e vedere gli altri alzare le braccia. Come le hai alzate tu, magari troppo ingenuamente con il gruppo che si mangiava i metri dietro di te. Ancora un po' e ti avrebbero fregato. Ma non è successo, il vento soffia nelle vele che vuole. Ti ha lasciato tutto, questa volta, la conferma che il coraggio serve, che non bisogna smettere di credere che possa succedere davvero. Guarda lì, pensavamo fosse impossibile ma non lo era.

E così è questa la prima maglia rosa del Giro numero cento. Fuori dai piani. Dedicata a quelli che si stanno chiedendo se valga la pena lottare, se credere all'istinto o a quello che sconsideratamente chiamano buonsenso. A quelli che in fondo restano a prendere il vento in faccia, coperti da nessuno se non da sé stessi. A quelli che vedono più schiene degli altri che strada.
A quelli che sono uomini del treno e stanno aspettando che passi il proprio per spiccare il volo, che in fondo non perdono mai la convinzione di potercela fare davvero.   

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