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L'ultimo degli eroi

Il ciclismo è un lungo diario, quasi un romanzo. Di quelli che raccontano storie vere, tra l'odore delle cose antiche e la polvere dei ricordi. Il sacrificio, il lavoro, la dedizione, la fatica. E la semplicità. Sì, perché in bicicletta, prima di correrci, ci attraversavano i campi per andare nelle fabbriche. E' nato così, lo sport che oggi conosciamo. Dal niente e dal tutto. Incanti che ora sono chiusi nelle mura bianche dei musei come carrozze di Cenerentola tornate zucche: c'è ancora del fascino ma è solo per chi le guarda in silenzio e prova ad immaginare com'erano allora, quando in strada non c'erano molte macchine, i telai erano in ferro e si attorcigliava ancora il copertone di scorta attorno al busto. L'immaginazione serve a vedere oltre le cose che il mondo ci costringe a guardare senza poesia.

Alfredo Martini era l'ultimo degli eroi di quell'epoca. Quella di Coppi, Bartali, Magni; della gente che si incollava alla radio per sentire la voce gracchiante e lontana di una telecronaca appassionata; delle vittorie con distacchi leggendari. Alfredo, nato nel 1921, in un Italia che aveva già conosciuto l'amarezza della Prima Guerra Mondiale, cominciò a lavorare da giovanissimo, sopportando anche dieci ore di turno in fabbrica. Il sogno, però, che covava dentro quelle mura, attraverso le ore infinite, era sempre lo stesso: la bicicletta. Quando fece amicizia con Gino Bartali, lui prese a portarlo ad allenarsi insieme per le strade della Toscana, facendogli fare anche trecento chilometri al giorno. Nel 1941 passò al professionismo e quello che successe dopo si può trovare in ogni sua biografia: gli anni da corridore e quelli da CT azzurro. Un gregario di lusso, diventato il faro dei ragazzi in Nazionale. Quello che colpisce di Alfredo è che, pur non essendo stato quello che oggi si definirebbe un 'vincente', è emerso per il suo carisma, per la sua personalità fortissima. Nel periodo in cui è stato seduto sulla macchina del commissario tecnico, l'Italia ha goduto di tantissimi successi e i ragazzi in azzurro sono riusciti a restare uniti nonostante le piccole grandi discordie che si consumavano durante le stagioni. Ci vuole polso e ci vuole dolcezza per unire chi, per il resto dell'anno, non ha quasi niente in comune. Ci vuole essere un po' saggi e un po' poeti a raccontare gli insegnamenti come certe storie che sentivamo da bambini, dove la morale la scoprivi da solo, dietro la voce buona di chi le leggeva, magari un attimo prima di andare a letto.

La morale, nel ciclismo, è spesso cruda, senza i fronzoli che vorremmo ci mettesse attorno la vita. E per questo che forse tanti l'hanno imparata volentieri da quel cittì umile e senza clamori. Come se l'imparassero da un padre o da un nonno. Perché non è vero che questo sport è fatto solo di gambe, serve la testa, come in tutti i sogni importanti, come per tutti gli obiettivi che vogliamo raggiungere. La fiducia è una cosa che conta davvero, più di molte altre cose. Conta sulla bicicletta e anche quando ci si toglie gli scarpini e si rimettono jeans e maglietta.
Alfredo è stato custode anche di questa quotidianità e forse, ora, a tutti quelli che lo hanno chiamato e lo chiamano 'Maestro' ha dato una lezione inconsapevole: la nostra esistenza appartiene a ciò che ci fa battere il cuore. Lui sapeva che la sua vita sarebbe stata legata indissolubilmente alla bicicletta e ha seguito la sua strada, contagiando tutti. Perché le passioni autentiche sono contagiose, come le emozioni più belle, hanno il potere di abbattere i muri, di farci sentire più vicini. Hanno il potere di restare, quando il resto perde i contorni. E nel ciclismo che vive di equilibri, è importante avere un po' di sicurezza per credere in un traguardo. Sicurezze quasi irremovibili, come i sogni di un ragazzo toscano che lavorava in fabbrica e rimarrà per sempre 'il cittì'.

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