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Malcom Elliot. Una storia.

Forse questa può sembrare una storia come tutte le altre. Eppure il ciclismo raramente racconta vite uguali. Le vittorie non c'entrano, neanche le sconfitte. Tutto si costruisce sempre attorno alla bicicletta perché, in fondo, è il solo nucleo che rimane quando il resto viene grattato via. Dagli anni o dagli eventi. Un po' come una sbucciata sull'asfalto.

Malcolm Elliot nasce a Sheffield, in un'estate del 1961. Velocista e cronoman fin da ragazzino. Dopo il suo passaggio al professionismo nei primi anni ottanta, comincia a collezionare successi, prevalentemente britannici anche se poi, con la ANC-Halfords, ha la possibilità di correre i grandi giri. Le sue vittorie più importanti sono tre tappe alla Vuelta e la classifica a punti. 
Ma questa è la solita biografia nuda e cruda, con l'eccezione di un ritiro e di un ritorno, negli anni duemila, a quarantadue anni. Solo per tentare di vincere quello che ho perso, dice lui. Anche se forse la verità è solamente una, ed ha a che fare con quella ritrosia di appendere la bicicletta al chiodo. Perché per alcuni la strada sembra fatta della stessa sostanza del sangue che scorre nelle vene. E il gruppo sono i polmoni. Per respirare, per vivere, ci devi stare in mezzo. Andar forte è un altro discorso, a volte è persino una conseguenza. La motivazione è uno di quei nuclei che restano quando gli involucri si sgonfiano.

E fin qui è ancora solo una storia. 
Quello che ha reso davvero unico Malcolm Elliot è quel suo essere stato un vero animale da criterium, il più elegante e aerodinamico e dotato della sua generazione, e anche oltre forse. Alto, magrissimo, ha mantenuto fino ai cinquant'anni quella sua naturale posizione in bicicletta che lo faceva sembrare una cosa unica con essa. Il peso distribuito alla perfezione, un bilanciamento senza pecche. Che lo favorivano persino in circuiti cittadini stretti, solitamente inadatti a un ragazzo di un metro e ottanta. Eppure sapeva disegnare certe traiettorie in curva che avrebbero fatto invidia a chiunque. Un'eleganza che gli ha permesso di essere il migliore in quegli anni, in una specialità che non era cucita su di lui.

Esistono storie, nel ciclismo, che hanno la loro piccola morale, magari nascosta nei dettagli di una carriera quasi normale. Di sicuro questa non è solo una questione di stile o di attitudine. E' la prova che certe passioni riescono ad essere persino più forti di quello che siamo, o dei muri che ci costruiamo, se solo riuscissimo a mollare la briglia che tiene fin troppo ferme le nostre ambizioni. 
Non siamo qui per sentirci dire che cosa possiamo essere e che cosa no. Quali etichette possiamo portare e quali dimenticare. Abbiamo solo bisogno di sapere che può succedere tutto. A seguire l'istinto. A trovare l'equilibrio perfetto. 
Si può essere quello che abbiamo sempre voluto essere, davvero.

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