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Michael Morkov: un coraggio così

Milioni di giorni sbagliati e una manciata di quelli giusti, che ti fanno dimenticare il resto. Il ciclismo è uno sport cucito così, con lo stesso filo invisibile che cuce le esistenze. A volte non hai niente da vincere e non hai niente da perdere. Eppure continui a restare aggrappato alla strada con i denti, a resistere guardando solo le schiene del gruppo e niente altro. Qualcuno può pensare che sei pazzo, forse tu stesso credi di esserlo. Ma niente riesce ad annullare l'abnegazione mischiata all'orgoglio. Non c'è niente da raggiungere, è solo una sfida con il dolore. E' questo che fa la strada, ti dice che sei più forte di quanto pensavi. E tu va a finire che ci credi, va a finire che quei chilometri te li mangi tutti. E alla sera, in albergo, ti chiedi come possa essere vero. Che un pezzo di carbonio possa darti tutto quel coraggio.

Michael Morkov è caduto a settecento metri dall'arrivo della prima tappa del Tour de France. I soliti velocisti affamati per la maglia gialla esposta come il codino di un topo davanti a una banda di gatti, le solite sbandate, la solita velocità fuori orbita delle prime volate. Lui tocca una transenna, cade e il dolore alla gamba è subito lancinante. All'ospedale dicono che non c'è nulla: niente di rotto, nessuna frattura. Eppure quella gamba fa un male cane, eppure Michael non sa se riuscirà a pedalare il giorno dopo. Forse la notte mischia i pensieri con il dolore, ingigantisce tutto, come fa con gli incubi e con i sogni. Alla mattina gli sembra assurdo non partire. E' tutta la stagione che prepara il Tour de France, tutta una stagione di sacrifici, di ritiri, di allenamenti, di programmi che rischia di svanire solo per una transenna sfiorata. No, non è così che deve finire. Allora si può anche spingere con una gamba sola, sopportando il male un tot alla volta. Una pedalata sana e una no. Per tutti quei chilometri. Per sé stesso. 

Qualcuno dirà che è da pazzi andare avanti in quel modo, da masochisti veri. Qualcuno dirà che è solo una gara. Beh, non è mai così. Perché i patti, tra te e la bicicletta, sono sempre stati quelli: insieme per sempre. Anche adesso che i chilometri di quella tappa cuociono lentamente come l'asfalto sotto il sole torrido di luglio. Anche adesso che ci sono solo schiene. Adesso che sei l'ultimo e cerchi di distrarti con il pensiero che domani andrà meglio, che i giorni placheranno il male, lo placheranno a poco a poco. 
Anche adesso che i giorni sono sette. Oppure otto. Magari hai anche perso il conto. Non conti più neanche i chilometri, solo quelli che distano dall'albergo. Quelli sì, sono una specie di conto alla rovescia per il paradiso. La doccia, i massaggi, il letto. E poi più niente fino all'indomani. E forse qualcuno ti ha detto di lasciar perdere, di andare a casa e di prenderla così, che avevi già fatto fin troppo. Ma niente, questo è già il settimo giorno, o l'ottavo di inferno autentico. E ci sono le prime salite spaccagambe. C'è il Tourmalet lunare, un pezzo di Africa quasi rimasto tale, il caldo senza respiro e il mostro del tempo massimo in una tappa piena zeppa di Gran Premi della Montagna. Ancora le schiene e poi più niente. La strada vuota. Solo di nuovo. Con i minuti che scorrono troppo veloci e la strada davvero troppo lenta. Il Tourmalet è l'ultima sferzata, oltre quel limite proprio non si può andare. Per ora. 

Michael Morkov sale sull'ammiraglia. E' il primo ritirato del Tour de France 2016. Nessuna resa, nessuna sconfitta. Forse c'è quel velo di malinconia a passare il gruppo con l'ammiraglia, guardare il vetro della macchina come se fosse una barriera. Ma c'è ancora quel dolore trascinato fin dall'inizio che sussurra di farsi coraggio anche da qui.
Non siamo mai eroi consapevoli. Forse gli eroi neanche esistono. Ci sono gli uomini e c'è l'amore. Per amore, anche per questo qui, cresciuto silenziosamente fin da piccoli, daremmo tutto, oltre i limiti che conosciamo di noi stessi. Ecco cosa ci salva sempre, anche quando dobbiamo tornare a casa e guardare gli altri che vivono la vita che noi vorremmo. Ogni punto di 
non ritorno
 è uno di partenza.
Forse quello sarà anche stato uno dei soliti milioni di giorni sbagliati, Michael. Ma sono solo le ceneri della fenice di quelli giusti. Allora anche stringere i denti per tutti quei chilometri avrà avuto un senso.
Allora, anche la storia di questa settimana, di questo ritiro, ti farà sentire il campione che sognavi. Perché non serve per forza la linea bianca per esserlo, tante volte basta il coraggio. Un coraggio così.

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