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Numeri che non san parlare

Come sempre, la fine della stagione è il momento ideale per tracciare bilanci e quello del ciclismo azzurro non è dei migliori. Se nei GT le cose vanno per il verso giusto, con il successo di Nibali al Tour e il podio di Aru al Giro, la stessa cosa non si può dire per quanto riguarda le corse di un giorno. 

In generale, prendendo in esame le 14 prove del circuito World Tour, le cose non vanno troppo bene, ma la situazione peggiora ulteriormente, se prendiamo in esame le 5 classiche monumento: Sanremo, Fiandre, Roubaix, Liegi e Lombardia. In queste prove che sono il gotha del ciclismo mondiale, manchiamo il successo dal 18 ottobre 2008, quando Damiano Cunego si impose nella 'Classica delle Foglie Morte', mentre il podio ci manca dalla Liegi 2012, quando Nibali e Gasparotto chiusero alle spalle del kazako Maxim Iglinskiy.

Se nei due anni precedenti gli azzurri si erano difesi benino ed erano restati a galla grazie ai piazzamenti, quest'anno la situazione è peggiorata. A guidare la classifica delle vittorie, dove l'Italia è ferma a 0, con 3 successi c'è l'Australia che con Gerrans si è imposta alla Liegi e nelle 2 prove canadese (Québec e Montréal). A quota due troviamo Norvegia e Spagna che grazie a Kristoff e Valverde hanno conquistato Sanremo e Amburgo e Freccia e San Sebastian. Un successo a testa per Slovacchia, Germania, Svizzera, Olanda, Belgio, Francia e Irlanda.

Se le vittorie, frutto più degli exploit dei singoli che del movimento, non sono un indice particolarmente indicativo per giudicare il movimento nel suo complesso, qualcosa in più lo dice il numero di podi conquistati e anche in questa circostanza l'Italia non brilla. Dei 42 gradini del podio a disposizione, l'Italia me ha occupati solo 2: le piazze d'onore, in due delle prove meno ambite, con Giacomo Nizzolo ad Amburgo e Andrea Fedi a Plouay. Lo scorso anno, i podi erano stati 4 (Oss 3° Harelbeke; Pozzato 1°, Nizzolo 2° GP Ouest France '“ Plouay; Ponzi 2° Montréal). Oltre agli azzurri sono saliti sul podio altre 14 nazioni, con Spagna e Australia che ne hanno conquistati 5, seguite a quota 4 da Olanda, Francia e Belgio.

A spartirsi le 140 caselle dei primi 10 posti, che probabilmente sono l'indice più indicativo per vedere lo stato di un movimento, sono state 22 nazioni. 5 di queste, Spagna, Belgio, Italia, Olanda e Francia hanno chiuso in doppia cifra, insomma il vecchio ciclismo europeo, continua ad essere la parte trainante del movimento.
Per l'Italia, che lo scorso anno era stata la nazione a conquistare il maggior numero di piazzamenti (19) nei 10, c'è stato un peggioramento visto che con 14 piazzamenti (Colbrelli 6°, Modolo 8° Sanremo; Gasparotto 8° Amstel e Québec, 9° Montréal; Caruso 4°, Pozzovivo 5° Liegi; Visconti 9° San Sebastian; Nizzolo 2°, Cimolai 7° Amburgo; Fedi 2°, Nizzolo 9° Plouay; Aru 9°, Nocentini 10° Lombardia), gli azzurri sono quarti, alle spalle dell'inarrivabile Belgio primo a quota 30, ma anche di Spagna e Olanda (15) e davanti alla Francia quinta con 12 piazzamenti.

I numeri, per quanto non entusiasmanti non ci condannano in maniera assoluta, ma andando oltre i meri dati statistici, emerge chiara l'impalpabilità dei nostri nelle corse che contano, oltre ai due podi di Nizzolo e Fedi, solo alla Liegi i nostri hanno davvero avuto la possibilità di centrare il colpo grosso, grazie ai tentativi di due corridori come Giampaolo Caruso e Domenico Pozzovivo, poco accreditati alla vigilia e per questo liberi da marcature.

Le cose peggiori le abbiamo viste al Nord, dove nelle classiche del pavè, il nostro miglior risultato è stato un 13° posto di Paolini ad Harelbeke, una serie di risultati che ne fanno la peggior spedizione del nuovo millennio, con il fondo toccato alla Roubaix, dove il primo dei nostri, Pozzato, è stato solo 50°.

Il bilancio non può che essere negativo e a fotografare ancora meglio, lo stato di crisi che vive il nostro movimento, ci sono le difficoltà delle corse nostrane che faticano sempre più ad avere al via corridori di livello e squadre World Tour, con le eccezioni positive rappresentate da quelle corse che precedono di qualche giorno eventi di respiro internazionale come la Tirreno o il Lombardia e che fungendo da 'preparazione' riescono ad attrarre corridori importanti.

Ma più che la mancanza di risultati e la difficoltà delle corse, sono i problemi delle squadre a dirci che il nostro movimento è destinato a calare ulteriormente, pur nella speranza che i pochi campioni che abbiamo, possano continuare a mascherare le difficoltà.
Nel 2004, anno di nascita del Pro Tour avevamo 4 squadre su 20, nella prossima stagione, con la chiusura della Cannondale, la nostra migliore squadra in questi 10 anni, solo una su 18. Questa squadra sarà la Lampre, sempre meno italiana e più asiatica, grazie agli investimenti della Merida.

Senza un deciso cambio di rotta, nei prossimi potremmo essere costretti a vivere sempre più di ricordi e a ripensare ai bei tempi andati, anche perché non è che tra le Professional, dove dall'anno prossimo avremo 4 squadre, le cose vadano benissimo.

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