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O sole mio

L'estate del 1977 è agli sgoccioli e in Venezuela fa caldo, un caldo afoso, tropicale, con il sole bruciante. E la città scelta per i Mondiali è una location insolita che fa pensare a qualche film di Indiana Jones: adagiata su una collina verdissima eppure soffocata dall'umidità. I ciclisti di tutto il mondo sono un'attrattiva per i bambini che corrono per le strade. I belgi sono agguerriti, tra le loro fila, oltre a Eddy Merckx c'è anche Maertens: si allenano spesso e Eddy è sicuro di non avere rivali, a parte il caldo e la sete.

Come si può strappare l'arcobaleno dalle mani dei ragazzi del Cannibale? Gli italiani non hanno fortuna, la loro avventura è cominciata male, con una rivoltella clandestina trovata dalla dogana tra il materiale ciclistico, ed è proseguita peggio perché, durante un allenamento il povero Baronchelli che si diceva in ottima forma, si è fratturato la caviglia destra. Ma nessuno si scoraggia e alle nove del mattino di domenica 4 settembre gli azzurri sono lì, sulla linea di partenza, davanti agli occhi affascinati degli indios che forse non sanno i loro nomi e non riconoscono le facce. Il via viene dato sotto quella pioggerellina sottile e penetrante che non si vede ma si sente fin troppo. Poche azioni. Si sta bene in pancia al gruppo e tutti, mentalmente, si dicono 'E' presto'. Si macinano chilometri e sale il vento, porta i pronostici, il nome di Maertens: tutti scommettono su di lui. Esce il sole e, dal gruppo che si sente asciugare addosso i pantaloncini e le maglie, esce Laurent che verrà seguito da Raas, olandese desideroso di portare i suoi colori sul podio, forse con un'azione plateale, come piace ai tifosi del ciclismo. Allora via, tutti a seguire quell'omino arancione perché non bisogna proprio farlo arrivare là, dove tutti sognano di alzare le braccia al cielo. Nemmeno per scherzo. Mancano ottantacinque chilometri quando Raas cede e, dalla corsa, sbocciano gli uomini che, su questo Mondiale, ci hanno messo davvero la crocetta rossa. Maertens, Merckx, Moser, Thurau. La gara si infiamma, c'è una lotta continua per non perdere le forze, per controllare gli avversari, per cogliere il momento buono. Quando mancano pochi chilometri Didi Thurau e Francesco Moser allungano in discesa e, sotto la pioggia che è ritornata prepotente, mettono la loro ipoteca sul Mondo. E, tra quel Mondo che li osserva, gli occhi italiani guardano a quel giovane di Palù e hanno paura, ricacciano la speranza dentro e deve costare fatica. Tanta. Perché gli italiani hanno cuore: ridono scoprendo tutti i denti quando sono felici. E la felicità di una vittoria iridata è minacciata da un passista biondo, nordico, che abita più in su del nostro Trentino. Quella speranza che sta buona a fatica viene ricacciata giù, come in un pozzo profondo, quando Moser, a sei chilometri fora la ruota anteriore. A terra. La gomma, il morale.
Ma il meccanico balza dal camion e si fionda sulla ruota ferita: Thurau non si accorge di nulla ed è come se non fosse mai successo niente. La speranza ritorna a galla. E sotto una pioggia che rende fradice le strade, le magliette, i pantaloncini, che entra nella pelle senza sosta, Francesco Moser si prende il Mondiale di San Cristobal. Sale sul podio in fretta perché vuole togliersi di dosso tutta quell'acqua che gli ha portato fortuna ma anche un gran fastidio.

Non lontano, scossa dalla pioggia battente, c'è una casa italiana dove un 'paesano' è già tremante dall'emozione pensando che la maglia iridata, che parla la sua stessa lingua, entrerà in casa sua. Francesco si cambia lì e nella casa si ride, si piange. Tra le pareti, per le stanze, va la musica di 'O sole mio'. Si festeggia il trentino con canzoni napoletane. E l'Italia è tutta lì, da nord a sud, tra quelle quattro mura che ospitano l'arcobaleno.
Penso a quella casetta e a quel paesano che, d'improvviso, nella loro vita di tutti i giorni, si sono visti il campione del Mondo per casa. Penso a quel paesano che, forse, ha raccontato ai nipoti e ai pronipoti che lì, proprio in quella stanza si era cambiato Francesco Moser, vincitore che veniva dall'altra parte dell'Oceano. Forse, tra quelle quattro mura, ci sarà ancora una fotografia un po' ingiallita, una firma, qualche cosa che riporti a quell'estate del 1977. Qualcosa custodito tra le cose importanti, come si fa con i pezzi di sogni che si realizzano. 

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