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One lap. L'ultimo giro di un mondiale già perso

Fanno in fretta ad infangarsi le curve dove prima c'era la neve, le ruote ripassano mille volte, i giri sembrano pochi, sembrano tanti. Il ciclocross in queste giornate è una guerra da affrontare in trance perfetta. Fuori il dolore, il freddo, il fango nero che finisci per mangiare. Specialmente se è un Campionato del Mondo e c'è in palio una maglia che nemmeno i peggiori circuiti riescono a camuffare. Il palco e il copione sembrano gli stessi, uno di quelli che ha il potere di non stancare mai. La gente che urla, idratata di alcool e coperta da improbabili cappellini di lana e poi loro due davanti, come lo sono stati tante volte. Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert

Tre giri alla fine, oramai tutti sanno che è un affare tra loro come avevano previsto da giorni. Ma il ciclismo insegna che niente può essere previsto. Che non bastano i religiosi allenamenti e un giornata perfetta. E' come nella vita di tutti i giorni qui, niente di più, niente di meno. Stringi i denti e ti senti come se dovessi volare ma è sufficiente un giro per fregarti. Quando a Mathieu si buca il tubolare posteriore, i box sono davvero troppo lontani e Wout sta già mangiando i secondi come un vero cannibale. Tutto quel fango improvvisamente diventa un inferno davvero. O forse no, forse c'è un filo glaciale che tiene in bilico tutto. Una lingua di terra sul petto e sulla faccia a disegnare un'espressione che non cambia. Quello è un maledetto Mondiale, niente può essere dato per vinto. Mathieu ha gli occhi azzurri e la faccia da bambino sotto quella maschera. Mathieu lo sa che il suo amore più grande è così, come tutti gli amori profondi e intensi e complicati, ti ferisce e ti accarezza.
Ai box c'è suo padre, gli dà una bicicletta pulita che non avrebbe mai voluto cambiare. Quel telaio lucido è l'ennesima sfortuna. Non c'è tempo per protestare, per imprecare, per piangere. I secondi si accumulano, i giri finiscono. 
One lap to go. 
Cos'è quella cosa che, anche mentre sai che è finita, non smetti di pedalare, non smetti di tenere il tuo ritmo? Forse è abitudine a non fermarsi mai, che te l'hanno detto tutti, chi si ferma è perduto. Ma al traguardo i coriandoli sono già caduti, c'è la campanella che ti rimbomba nelle orecchie anche se ha smesso di suonare da un po', la gente che ti applaude ma non è facile sentire. Perché dopo la linea crolla proprio tutto, ogni potere resta dall'altra parte. 

L'acqua non basta a lavare via ogni cosa. Si prende il fango, le lacrime anche. Ma non quella stupida sensazione di impotenza, di aver fatto tutto nel modo giusto e di non essere stato ricompensato. E' sempre così quando non sai dirti perché. Nel bene o nel male, basta poco per cambiare tutto e forse questa è la nostra più grande paura. La grande fortuna, invece, è che in fondo sappiamo che nessun giro è mai l'ultimo davvero.

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