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Oro divino

Per uno sportivo ci sono tanti modi per chiudere la carriera, c'è chi sceglie di farlo quando è ancora al massimo del suo splendore, chi quando è ancora competitivo, chi dopo aver riposto le proprie ambizioni ed essersi messo al servizio della squadra, chi dopo essere andato a racimolare soldi e gloria in campionati o circuiti minori. Ma se la tua carriera è agli sgoccioli, non ci sono dubbi sul fatto che lasciare con la conquista di un oro olimpico, sia il modo migliore per uscire di scena.

Un'uscita di scena del genere non è da tutti ed infatti a lasciare il ciclismo con al collo l'oro olimpico fu Alexandre Vinokourov. Un corridore discusso e discutibile, ma capace di infiammare il pubblico. Il circuito di Londra non era certamente duro come quello di Rio, visto che la Gran Bretagna per quanto possibile cercò di tenere chiusa la corsa per Cavendish, eppure a vincere fu un corridore come il Kazako davanti a Uran.

Quel giorno a Londra, Vino, mostrò per l'ultima volta quelle qualità che in 14 anni di professionismo, tra vittorie, sconfitte, cadute, polemiche e comportamenti ambigui, lo avevano fatto diventare un simbolo del ciclismo. Solo lui e pochi altri potevano vincere in quel modo. La prova olimpica sfugge alle logiche di controllo e marcamento che siamo abituati a vedere in genere, a Londra per dire vedemmo Nibali scattare a 140 km dall'arrivo, mentre ai '“ 100 era assieme a Gilbert all'inseguimento degli attaccanti di giornata. A 60 dall'arrivo Gilbert provò la sortita solitaria e solo qualche chilometro più tardi si mosse anche Fabian Cancellara, il vero spauracchio per i velocisti. A 40 dall'arrivo era ormai chiaro che la corsa se la sarebbero giocati gli attaccanti con buona pace dei padroni di casa e in particolare di Cavendish.

Tra gli attaccanti c'era anche Vinokourov che a 9 dal traguardo all'uscita da una curva, assieme ad Uran, riuscì ad approfittare di un momento d'incertezza e prendere quei pochi secondi necessari per arrivare al traguardo, visto che ormai tra gli attaccanti le forze erano quel che erano e che non c'erano troppi atleti pronti a scarificarsi.
In quei 9 km è racchiusa tutta la carriera di Alexandre che ha sempre portato la fantasia al potere, che ha sempre incarnato lo spirito dell'attaccante andando ad esaltare quei tifosi che vogliono vedere gare corse col coltello fra i denti e che rifiutano di sapere prima della partenza come finirà. Londra non aveva nulla di adatto a lui e invece a prendersi l'oro fu proprio il vecchio kazako che con grinta e classe riuscì ancora una volta, anche nel suo ultimo giorno di gara, a sovvertire pronostici e gerarchie.

L'Olimpiade è il sogno di qualunque sportivo e come ogni quattro anni, anche nel ciclismo diventa uno degli appuntamenti clou della stagione. A differenza delle classiche o dei Mondiali dove le nazionali più forti hanno un numero di corridori sufficienti per controllare la corsa, la prova olimpica sfugge alle logiche di controllo e marcamento che siamo abituati vedere in genere e questo rende imprevedibile e spettacolare la gara. Da quando, da Atlanta 96, anche il ciclismo ha aperto ai professionisti, abbiamo visto vincere sempre corridori di un certo livello come Richard, Ullrich, Bettini, Samuel Sanchez e Vinokourov.

Se avete ancora in mente i marcamenti asfissianti del Tour, scordateveli, perché a Rio, come nelle altre edizioni delle Olimpiadi sarà una gara anarchica dove attacchi a lunga gittata, coraggio e  voglia di osare saranno premiati. Senza squadre in grado di controllare la corsa, vincerà il più forte e per lui si apriranno le porte della gloria perché conquistare un oro olimpico ti proietta in una dimensione del tutto diversa.

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