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Passami la borraccia

Se si volesse fare un esperimento, chiedendo a comuni passanti, ai compagni improvvisati di treno o di metro, di scegliere un'immagine iconica del ciclismo forse quasi tutti sceglierebbero la stessa foto: il passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali. Qualche tempo fa il buon Alfredo Martini diceva che non importava chi l'avesse passata a chi. In quel gesto c'era tutto il significato del ciclismo.
Cose che succedono, d'altronde, anche oggi. In fondo al gruppo o in mezzo. Anche io, ai piedi della salita di Pampeago, ho visto un massaggiatore allungare la borraccia a un corridore di un'altra squadra. Questo è uno sport che insegna grandi cose in modo semplice ma così semplice che a volte le perdiamo di vista. Abbiamo troppo bisogno di rumore per accorgerci di quello che sta succedendo.
A pensarci bene, la borraccia è un oggetto silenzioso, immortale anche e quasi sacro. Acqua. Acqua santa, bevuta, rovesciata, sputata, fresca, calda, troppo calda per risollevare da una crisi. Acqua che rotola via assieme a quel contenitore di plastica che per i bambini deve somigliare a quelle bottiglie di vetro che durante la notte di san Pietro e Paolo plasmano un veliero semitrasparente da una chiazza di un uovo qualunque. C'è un mondo piccolo e invisibile che ha davvero tanti significati. Crudi e incantati allo stesso tempo, come è il ciclismo. Un tempo, quando non c'era la plastica, la borraccia era in alluminio. Pesava troppo per affrontare la salita eppure era l'unica alleata contro il caldo e il sudore. Lì dentro l'acqua prendeva un sapore cattivo, strano eppure la gola era troppo secca per farne a meno. Un sorso è un po' come un respiro.
Poi è arrivata la plastica e i portaborracce sul telaio, anche se quella bottiglietta senza nessun apparente valore è rimasta un simbolo. Dei gregari soprattutto, di quelli che vanno all'ammiraglia a riempirsi le tasche per distribuirle ai compagni e specialmente al capitano. Un simbolo, un amuleto, un souvenir per i collezionisti. Una in mezzo alle altre che si ammucchiano nelle cantine illuminate da una lampadina che penzola dal filo, accanto alla bicicletta e ai ferri del mestiere. Tre, cinque, dieci, venti. Tutte diverse, tutte uniche. Graffiate, scolorite dal sole oppure nuove, lucide, con il nome di una squadra famosa. Ognuna ha la sua storia, chi è stata raccolta sul bordo di una strada, tra asfalto ed erba, in un fosso tra i rovi, dopo un passaggio; chi ha vissuto la concitazione di un arrivo ed è passata dalla mano del corridore a quella di un bambino; chi non è mai stata usata ed è uscita da uno scatolone grazie a un meccanico gentile.

L'abbiamo adoperata per bere, l'abbiamo adoperata per sognare. Un po' come quegli oggetti comuni che diventano improvvisamente intoccabili. Perché? Di motivi ce ne sono tanti ma quello che a me piace di più è forse anche quello più vero e più frequente: succede che quell'oggetto è testimone di un momento che vorremmo ricordarci per sempre.
Ed è vero che sarà un po' da stupidi avere la pretesa di tenerci stretto il tempo con un pezzo di plastica o un elastico o un angolo di carta ma è un buon allenamento per capire a quali cose, piccole o grandi, possiamo dare veramente valore.


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