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Per un colpo di reni

Il ciclismo si impara a forza di delusioni. Spesso si impara proprio fra quei tre, quattro metri oppure persino centimetri che ti separano dalla linea bianca. Un istante per vincere, un istante per perdere. E' una guerra per la sopravvivenza. Un conto in sospeso tra il ciclista e la strada e poi tra il ciclista e gli avversari. Basta un colpo di reni per vincere. O per perdere.

Il ciclismo mischia le lacrime di gioia a quelle di sconfitta. E' un confine così sottile che si fa fatica a distinguerlo a volte.
Piangeva Julian Alaphilippe sul traguardo di Mount Baldy. California. C'era ancora la neve e quello era un arrivo solitario. Il suo primo arrivo da professionista, a ventidue anni. I francesi lo amano già da tempo e forse, oltreoceano, piangevano con lui. Sua la vittoria, sua la maglia, strappata via a Sagan che arrancava parecchio sulle rampe dove lui volava.
Forse voleva piangere Julian Alaphilippe dopo l'arrivo dell'ultima tappa perché il ciclismo è il paradiso un giorno, l'inferno un altro, si tratti di vittorie, di sconfitte, di crampi o di forature.
Tra lui e Sagan c'erano una manciata di secondi. Abbastanza per portare a casa la maglia, abbastanza per perderla.
Cavendish vincitore, dietro di lui Farrar e poi Sagan. Julian abbraccia i compagni dopo l'arrivo. Ride, festeggia, la maglia è sua. Ma anche Peter, dall'altra parte della strada, scherza con il massaggiatore. Forse no, forse non è andata come sembra. Il fotofinish dirà tutto in pochi istanti ma Julian ha già capito. Non sorride più. E' bastato un colpo di reni. Sono bastati uno, forse due secondi per mischiare le lacrime e confonderle. Le delusioni fanno piangere di rabbia e a volte si trattengono per orgoglio. Sagan impenna davanti alla folla e lui torna al pullman riprendendosi quel momento che è stato solo suo per la prima volta.

Questo è un mondo così. C'è il sacrificio che ti tempra le gambe, ci sono le sconfitte che temprano la testa. Impari ad accettarle anche se non le vuoi accettare. Sai che c'è più nobiltà a perdere per pochi secondi, coi denti stretti fino all'ultimo, piuttosto che senza aver fatto niente. Un guanto di sfida gettato nel silenzio della montagna. La sconfitta fa male, un po' meno male il giorno dopo. Resta la rabbia sana che viene dalla consapevolezza di doverci provare ancora. E ancora.
Fino a che il ciclismo concederà un po' di tenerezza a chi percorre con lo stesso cuore di sempre questa dura e infinita strada che porta in cima.

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