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Survivors

Vout Van Aert e Mathieu Van der Poel. Sono i piccoli divi di uno sport che al Nord è una religione, l'inverno è il ciclocross, l'inverno sono le facce bianche di freddo e il fango scuro sulle guance, benedizione di una stagione cominciata. A Valkemburg non piove da giorni ma la terra è zuppa di quell'umido di metà ottobre, di quelle mattine coi cieli bianchi ai quali fai l'abitudine subito. In certe curve le ruote disegnano ragnatele incomprensibili, strisce di aerei che non volano. Invece, si può volare anche sopra il fango. Mathieu e Vout, uno campione del mondo, l'altro ex. Ragazzi, quasi bambini. Che hanno imparato presto a giocare e che tengono le bici come se fossero nati con il sellino e il manubrio attaccati. Non un errore, non una traiettoria sbagliata. Giù il piede nel momento giusto, la bici in spalla esattamente come deve stare. Che non la devi sentire, è questo il segreto. Che deve essere parte di te, come un prolungamento naturale del corpo. 
In fin dei conti è quello che muove tutto.
E così sono Mathieu e Vout. Uno a inseguire l'altro, come se fosse un destino. La stessa cattiveria negli occhi trasparenti. Grigio-azzurri, come tanti ciclisti li hanno, chissà perché. Quel colore del mare d'inverno, tempesta quieta in un carattere da cavallini rampanti, che hanno voglia di vincere tutto.

Vout in testa e Mathieu dietro, affamati. Uno può pensare che li guida solo l'istinto e forse è vero. Ma di quell'istinto sano, che sa perfettamente come gestire sogno e realtà. 
A volte basta un dettaglio fuori posto, qualcosa che non è perfetto come al solito, qui dove il fango è l'inno dell'imperfezione. Basta poco. E così è. Van Aert esce male da una curva, cade. La sua divisa bianca con l'iride non è più così bianca. E' fuori. Di sicuro è fuori per i secondi che perde nel provare a tornare in sella, a sistemare qualcosa che è andato fuori posto. Mathieu vola, intanto. E lui è fuori, lo dicono tutti, sarà vero.

Invece Valkemburg con quella sua aria umida del pomeriggio ancora ha da imparare da quei ragazzetti che corrono senza guanti e non sanno cosa vuol dire arrendersi. Vout ha la freddezza di chi si fida ciecamente di sé stesso. Sa che quella è una prova di Coppa del Mondo e lui ha l'arcobaleno sulla maglia. Lasciare perdere non rientra facilmente nel vocabolario di un ciclista, figuriamoci nel suo. Basterebbe il podio per mantenere la leadership. Tutti dicono che non ce la farà. Lui sa che si sbagliano.
Sotto quel cielo senza colori, comincia una rimonta disperata e quasi infinita. E la sfortuna, ancora una volta, non sembra esistere. Forse perché tutto dipende da come la si affronta, da come sei capace di risalire in sella. Vecchia lezione ma pur sempre valida. Cose che servono al momento giusto, quando senti il sapore del fango in bocca ma sai che non è ancora finita. Che quel fango lo conosci, ti piega ma tu lo sai anche domare. Sei un sopravvissuto, anche a vent'anni. Perché il cross ha quest'anima selvatica che non puoi capire, devi soltanto assomigliarle. Questo è abbastanza, anche per amarlo.

E così tutti avevano detto che non ce l'avrebbe fatta. Ma lui lo sapeva che si sbagliavano, lo sapeva anche un attimo prima di superare Vanthourenhout, di prendersi un podio semi impossibile e mantenere il trono in classifica almeno fino alla prossima sfida. 
Questa è Valkemburg che disegna ancora ragnatele incomprensibili sui suoi terreni, solchi come rughe, che piangono acqua come nei tristi pomeriggi d'autunno. Questo è il cross, basta un piccolo dettaglio per capire che i percorsi peggiori ci aiutano a capire quanto forti possiamo essere. 

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