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Trenta per cento. Geniez e il Mirador de Ezaro

La montagna è una cresta sull'azzurro, un arrivo dove sembra finire tutto, dove il sole sembra a picco anche al tramonto, senza pietà sulle rocce asciutte della vetta. Il Mirador de Ezaro. Una salita crudele da subito, l'inferno dopo il paradiso blu turchese delle acque della Galizia in una giornata senza nuvole. 
Trenta per cento, lo dice il cartello. E le gambe lo sanno ancora prima di leggere.
La Vuelta è così. Una corsa sanguigna nell'agosto più caldo. Il ciclismo è così. Uno sport per il quale passa più sofferenza che gloria. E il sacrificio è l'unico viatico per la vittoria.

Alexandre Geniez è in fuga dall'inizio della tappa. Di quella fuga sono rimasti in tre: lui, Pieter Serri e Simon Pellaud che ad andarsene da solo ci ha pure provato. Con coraggio ma senza successo. Di quella fuga non si sa bene cosa resta, forse non lo sanno neanche loro che giocano male con i minuti che la strada sta succhiando via. Sei ne avevano. Poi quattro. Poi tre. Uno e venticinque.
Non sai mai cosa resta nel serbatoio fino a che non lo svuoti fino alla fine. E anche in quel momento, a volte ti capita di sentire che da qualche parte puoi prendere un'ultima goccia di energia. Basta quell'ultima goccia a volte.
Alexandre Geniez è in fuga dall'inizio. Ma sa anche che il giudice non sarà uno scatto qualsiasi ma quello ai piedi del muro. Quello dove sta scritto già da subito quel trenta per cento. Che forse fa più paura del resto, di quegli ultimi due chilometri che si aggrappano alla montagna con la strada messa in verticale.
Cosa diranno le gambe che sono state frustate dai cambi, da quella corsa fuori dal gruppo? Forse non erano preparate o forse sì. Di sicuro quella è la frustata più dolorosa di tutte. Uno scatto e subito dopo la curva. Alexandre se ne va. Le sue gambe sui pedali sono magre e tirate dallo sforzo. Sono sagome contro la valle là in fondo, lontana da tutto. In quell'ultimo sole che scotta come a mezzogiorno.
Va da solo. Ultimo uomo rimasto di quella fuga sgretolata dai chilometri. Ultimo uomo prima di tutti gli altri, in due ali di folla con la gente che grida, che si sbraccia, che forma una macchia compatta su quelle pendenze davvero troppo cattive.
Ma quel trenta per cento è anche quello che è rimasto. Un angolino piccolo, di quelli che si fanno immensi quando arrivi vicino alla linea bianca. E se anche tutto il resto urla, tu sei in silenzio.
Ci sono quegli ottocento metri infiniti e tu sei in silenzio. Il dolore continua a scorrere ma tu lo sai che il ciclismo è così, è l'inferno e poi il paradiso. Stai in silenzio, con le gambe che vorrebbero volare e non ne hanno davvero più la forza. La maglietta slacciata, la fatica che cola dal casco, che gocciola sulle braccia lucide di caldo, di sole, di strada. Una curva e di nuovo metri. E vorresti smettere. E vorresti piangere. E vorresti soltanto farcela, senza pensare che ci sono ancora altre tre settimane e le montagne sono appena cominciate.
Neanche il pensiero di come esultare o come chiudere la maglietta. Niente, non ti sfiora niente.
Che poi Alexandre Geniez sa benissimo come celebrare la vittoria. Anche quello fa parte del trenta per cento. Quello che resta quando tutto svanisce: le ultime forze e insieme l'amore della sua famiglia. Sa benissimo che alla fine, le dediche sono per chi capisce i tuoi sforzi. Per le persone a cui manchi quando sei lontano e che in quella lontananza sentono tutto come se fossero lì con te. Il sudore, le lacrime, la fatica.

Picchia ancora il sole sul cemento di quell'arrivo al tramonto. Gli occhi sono ancora più azzurri dopo quello sforzo, azzurri come il mare che accarezza la sabbia bianca di certe spiagge della Galizia. Vincere annulla il resto, come sempre. Eppure nelle gambe scorre ancora il dolore come se fosse una cicatrice o un monito che puoi sentire solo tu. Un po' come quel cartello che segnava la pendenza più dura. Trenta per cento: quello che dai, alla fine, è quello che ti resta. Non è la vittoria che disegna chi sei ma il prezzo del sacrificio che hai pagato per arrivarci.

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