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Una pallina da flipper

Quando dicono che il ciclismo è come la vita, di base, è colpa della strada. Una linea infinita che taglia a metà l'esistenza. E su quella strada ci siamo noi. Cicatrice scura, piana quando dovrebbe essere mossa, a curve e spigoli quando dovrebbe essere diritta. Mai, mai come la vogliamo noi.
O forse qualche volta, quelle rare volte in cui i miracoli succedono. E nessuno è pronto per viverli. Nonostante tutto il tempo perso a prepararci. Forse semplicemente è questo che ci frega, lo diceva anche Jane Austen. Stupida preparazione.

Questo è uno sport che segue la legge dell'oggi a te, domani a me. Ogni sfortuna è una fortuna ribaltata, bianco o nero per poche vie di mezzo.
Di sicuro, a un chilometro e poco più dal traguardo non ci pensi proprio a chiederti se quella è la tua giornata oppure no, se quella volta l'istinto ripagherà te oppure qualcun altro. Che poi, alla fine, se ci pensi finisce tutto. Una corsa si vince con le gambe e dimenticandosi di valutare le conseguenze. Usando la testa solo per capire quando il cuore lancia il messaggio giusto.
Partire.
Forse così è stato per Daniele Bennati. Un richiamo improvviso nell'ultimo tratto di quella linea che portava al traguardo della sedicesima tappa della Vuelta. Due chilometri e quattrocento, una curva e il lancio come un sassolino da una fionda. Improvviso e sorprendente per tutti, per tutti quelli che si stavano preparando a fare la volata, a seguire ruote per spiccare il volo poco prima della linea. Certi voli, invece, sono come questi. Pazzi, senza respiro, con la sola convinzione che basta crederci. Al diavolo la giornata giusta, le gambe buone e tutto il resto. Due chilometri da fare a tutta e senza voltarsi. Una rotonda, una curva, un'altra rotonda. E poi l'ultimo rettilineo crudele con cui bisogna sempre fare i conti. Ma il ciclismo è come questa maledetta vita: ti costringe a crederci, sopra ogni cosa. Sopra le illusioni e le disillusioni, sopra quello che può andare bene o andare male. Non puoi fare niente altro che sperare, forse nemmeno la linea bianca riesce a farti smettere. Perché sai che ci sarà sempre un'altra volta. E' questo che salva, forse. Sapere che tutto non finisce lì.
Questo salva.
Provarci e sapere che potrai provarci ancora. Domani, dopo, ancora e ancora. Anche se quel rettilineo è un inseguimento all'ultimo sangue, anche se quegli ultimi trecento metri sono un calvario tutto diritto, anche se la delusione ha già la forma delle lacrime. Duecento metri e il gruppo rimonta. Basta un attimo perché tutto si capovolga. Fortuna e sfortuna, come una pallina da flipper che rimbalza per chilometri di qua e di là. Jempy Drucker salta fuori da un gruppo semispiazzato da quell'azione fuori dall'ordinario.Jempy. Che ha sempre avuto quel novantacinque percento giusto, che aveva quel cinque nascosto chissà dove dalle circostanze di volate non sue. Trovare il vento favorevole non è semplice. Ma nessun vento potrà mai essere trovato restando ancorati in porto.
Jempy che era sempre lì, aspettando il giorno in cui quella pallina da flipper fosse toccata a lui. Per una volta. Jempy che quel cinque per cento l'ha trovato quasi d'improvviso, in un giorno che forse non si aspettava. E' sempre così per le cose belle, arrivano senza preavviso. E' sempre così, che le fortune e le sfortune si intrecciano, si scambiano. Lacrime e sorrisi, tutto insieme, tutto mischiato.

Il ciclismo ha così tanti lati che si può imparare qualcosa da tutti.
Che il destino ha la forma di una pallina da flipper e che bisogna essere pronti per quando toccherà a noi lanciarla. Che per il resto bisogna continuare a stare nel posto giusto e a fare quello che dice l'istinto. Perché nessuna delusione farà mai male quanto il rimpianto di non averci mai provato.

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